I
Il Figlio del Nord
Il nome che la tragedia non spezzò

Venne dal Nord.

La sua famiglia fu trucidata. Lui fu disperso, solo, senza radici né direzione. Avrebbe potuto scivolare nel buio — e forse per un momento ci fu vicino. Ma qualcosa dentro di lui resistette. Non eroismo. Non forza. Solo il testardo rifiuto di lasciarsi consumare da ciò che il destino aveva fatto di lui.

Raggiunse le terre del Ducato. E lì trovò una strada.

II
Il Paladino
Il nome che Themis riconobbe

Negli insegnamenti dei Paladini riconobbe la sua Via.

Non la cercava. La trovò — e capì immediatamente che era sempre stata lì, ad aspettarlo. Quella che non gli aveva permesso di scivolare nel buio dopo la tragedia familiare aveva un nome, un codice, una confraternita. Combatté innumerevoli battaglie nel nome di Themis, affiancando i confratelli con la solidità di chi non combatte per gloria ma per qualcosa di più antico e necessario.

III
Le Due Morti
Il nome che l'Ade non riuscì a trattenere

Morì. E Themis scese a recuperarlo.
Poi morì ancora. E Themis scese ancora.

La seconda volta, mentre lo riportava alla luce, la Dea si fermò a guardarlo. Quel guerriero aveva qualcosa che non poteva essere sprecato in un corpo fragile. Con l'aiuto di Aule — dio della forgiatura, della terra, della roccia — gli diede una nuova forma. La forma della pietra. La forma che potesse sostenere la solidità del suo credo.

Dragone tornò alla luce come nano. Più solido. Più permanente. Più sé stesso di quanto fosse mai stato.

IV
Il Mentore
Il nome che i confratelli impararono a rispettare

Spogliato delle ultime debolezze umane, divenne pietra nel senso più profondo.

Fu mentore. Orgoglioso, esigente, presente. Tra i molti confratelli che guidò ce n'era uno che portava il nome di Syliael — un elfo di sangue antico, devoto e preciso come una lama. Lo vide crescere. Lo vide diventare Mikael, emanazione diretta di Themis, comandante dei Paladini.

Fu il momento più alto della sua vita.

V
Il Testimone
Il nome che il silenzio portò

Quando Themis ripudiò Mikael e lo scaraventò nell'oscurità, Dragone rimase.

Gli rimase amico — seppur guardingo, seppur turbato. Guardò l'angelo caduto diventare vampiro. Guardò e non disse nulla. Perché dentro di sé portava qualcosa che non riuscì mai a confessare: il senso di colpa di chi crede di aver fallito come mentore.

Scelse l'esilio. Non come punizione — come risposta silenziosa a una domanda che non sapeva ancora formulare.

VI
Il Ritorno
Il nome che l'ardore non ha dimenticato

Tornò.

Con più fede e più ardore di un tempo, nonostante l'età avanzata. Osservò i confratelli. Osservò colui che chiamava ancora Mikael nel profondo del cuore. E decise.

Inquisitore Paladino solitario — non per mancanza di compagni, ma per scelta. Il fulgore antico del Palatium deve essere restaurato. E fin dove la vita e la sua ascia gli permetteranno, cercherà di liberare dal morso dell'oscurità l'anima dell'angelo caduto.

Non lo chiama Khaelion. Lo chiama ancora Mikael. Forse è l'unico a farlo.
Metterà a disposizione la sua stessa vita per farlo.
E forse la Dea vorrà ancora affidarsi al vecchio mentore — e riportarlo alla luce.